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Molto di più dei normali studi dentistici

Igiene orale e prevenzione

Alitosi

L’alitosi viene definita come la modificazione in negativo delle proprietà organolettiche dell’alito, che può assumere odori sgradevoli e caratteristici, a seconda di quali siano le cause scatenanti. E’ un disturbo estremamente diffuso e può avere implicazioni sociali negative per chi ne è affetto, arrivando finanche ad alterare le relazioni interpersonali e le abitudini comportamentali di certi soggetti (Seemann, Bizhang et al. 2006).
Svariate condizioni possono portare a tale problema, da una scarsa igiene del cavo orale a differenti patologie locali o sistemiche (Tabella 1). I dati scientifici hanno mostrato che circa il 90% di tutti i casi di alitosi sono riconducibili a cause intraorali (Delanghe, Ghyselen et al. 1997).
La diagnosi clinica dell’alitosi è rimasta per anni una valutazione meramente soggettiva e, di conseguenza, scarsamente affidabile e riproducibile.
Un primo strumento per discriminarne le cause è stabilire se la presenza di odore sgradevole si presenta anche nell’aria espirata dal naso. Per quanto concerne le cause intraorali, la maggior parte dei casi di alitosi è associata all’azione cronica di batteri che ricoprono la superficie della lingua o alla presenza di batteri responsabili di patologie a carico del parodonto, l’insieme dei tessuti di sostegno del dente. Un incremento dei VSCs (volatile sulphur compounds) è stato evidenziato sia nella saliva che nelle tasche parodontali dei pazienti affetti da parodontite.
Inoltre protesi dentaria incongrue, datate oppure realizzate con materiali non certificati, spesso possono portare problemi di alitosi, così come la scarsa igiene delle stesse.
Talvolta il problema si presenta in pazienti portatori di implanto-protesi di tipo avvitato.
La presenza del canale di avvitamento e di eventuali micro-gaps nelle componenti avvitate possono esitare in un’infiltrazione a livello dell’interfaccia implanto-protesica, da cui possono derivare ristagno di fluidi orali e residui alimentari, episodi flogistici secondari a micro-infiltrazione batterica e dunque alitosi (van Steenberghe and Quirynen 1993); tali inconvenienti vengono facilmente evitati con l’impiego di componentistiche per cementazione, in virtù dell’assenza dei fori occlusali per le viti passanti e del sigillo periferico realizzato dal cemento da fissaggio.

Cause intraorali
Infezioni batteriche: Colonizzazione della lingua, gengivite, parodontite acuta/cronica;
Condizioni anatomiche: Tonsille lacunari, protesi dentarie incongrue.

Cause extraorali
Infezioni delle vie aeree: Sinusiti croniche, corpi estranei , bronchiti croniche;
Condizioni gastro-intestinali: Reflusso gastro-esofageo, stenosi pilorica;
Condizioni metaboliche:Chetoacidosi (diabetica), compromissione renale.

 

Cause transitorie
Dieta ed abitudini alimentari: Aglio, cibi speziati;
Uso di sostanze voluttuarie: Tabacco, Alcol.

Lo Studio Sadile, avvalendosi della collaborazione di professionisti dell’igiene orale, oltre che di attrezzature e presidi all’avanguardia nella prevenzione e cura dell’alitosi, può aiutarti ad individuare le cause e finalmente lasciarti alle spalle il fastidioso problema.

Fluoroprofilassi

La fluoroprofilassi consiste nella prevenzione della carie dentaria attraverso l’utilizzo del fluoro, un minerale che favorisce la formazione di uno smalto più resistente all’attacco acido della placca batterica.
Lo smalto dentario, lo strato più esterno del dente, è formato per il 96% da minerali e per il 4% da sostanze organiche ed acqua. La parte minerale è rappresentata prevalentemente da idrossiapatite; la demineralizzazione è il processo che porta alla dissoluzione dell’idrossiapatite, in seguito all’attacco batterico, esitando quindi in carie. Il fluoro penetra gli strati più superficiali dello smalto e si lega agli ioni calcio che formano l’idrossiapatite, formando la fluoroapatite e rendendo i denti più resistenti all’attacco degli acidi batterici.
La fluoroprofilassi può essere topica o sistemica. Per quanto riguarda quella topica, essa viene effettuata mediante l’utilizzo di gel, vernici, dentifrici, collutori. Il fluoro è l’unico additivo contenuto nei dentifrici che sicuramente ha un effetto contro la carie.
La fluoroprofilassi topica professionale viene eseguita direttamente presso lo studio dentistico mediante l’utilizzo di un gel inserito in una mascherina personalizzata. Il tempo di applicazione del trattamento in gel deve essere di circa 4 minuti e la frequenza ottimale è semestrale. Il vantaggio di tale via di somministrazione è lo stretto controllo medico.
Un’altra via di somministrazione è quella sistemica, è possibile, infatti, introdurre il fluoro nel nostro organismo attraverso cibi (pesce, patate, cereali, spinaci), acqua ricca di questo minerale e mediante compresse. Si può assumere già dalla gravidanza, mediante compresse reperibili in farmacia. Alcuni autori riportano una importante riduzione dell’incidenza di carie in seguito a terapia con fluoro. Tali compresse sono disponibili in dosaggi da 0,25 e da 1 milligrammo e vanno prese già durante la gravidanza e l’allattamento al seno, in genere dal quarto mese di gravidanza fino a fine allattamento.
Prima di iniziare una terapia sistemica con fluoro è però opportuno verificarne la quantità presente nell’acqua minerale bevuta, per evitarne l’eccesso, infatti i dosaggi vanno sempre valutati prima dell’assunzione in relazione alla fluorizzazione delle acque e alla dieta assunta, va quindi pianificato con il dentista e/o il pediatra il protocollo personalizzato di corretta assunzione di fluoro.
Fino ai tre anni di età del bambino questa sarà l’unica fonte aggiuntiva di fluoro ed è, quindi, sconsigliato utilizzare dentifrici che ne contengano per evitare la, seppur remota, possibilità di fluorosi. È infatti dimostrato come i primi tre anni di vita del fanciullo siano il periodo più critico perché si verifichi questa evenienza in virtù del fatto che i bambini ingeriscono grandi quantità di dentifricio durante l’igiene orale. Da questo momento e fino ai sei anni, il genitore può iniziare a far utilizzare due volte al giorno un dentifricio specifico per bambini, cioè a basso contenuto di fluoro, ma sempre sotto la sua supervisione e facendone utilizzare solo una piccola quantità.
Raggiunti i sei anni, il bambino può far uso esclusivamente di dentifricio per adulti a maggior concentrazione di fluoro, quale unica fonte dell’elemento; si potrà, quindi, eliminare l’integrazione tramite compresse o gocce.
L’eccessivo apporto di fluoro può provocare una serie di disturbi e malformazioni nell’opacità dello smalto, più o meno gravi, dovute all’ipermineralizzazione.

Parodontite


Definizione
La parodontite è un processo patologico che coinvolge i tessuti di sostegno dei denti. Quest’ ultimo è costituito dal legamento parodontale, dall’osso alveolare, dal cemento radicolare e dalla gengiva. Con la malattia parodontale si ha una perdita d’attacco dei denti rispetto all’alveolo, con conseguente formazione di tasche parodontali, mobilità dentale, sanguinamento gengivale, ascessi e suppurazioni, fino alla perdita di uno o più denti. Tale processo infiammatorio, se diagnosticato nelle primissime fasi, può essere mantenuto ad un livello di gravità medio basso per lungo tempo; con il progredire della malattia, invece, la prognosi peggiora e richiede terapie più complesse. Generalmente affligge individui in età adulta e avanzata, ma alcune forme possono colpire anche nell’infanzia e nell’adolescenza.
Nel linguaggio comune è talvolta ancora in uso il termine analogo di piorrea, da tempo abbandonato in ambito medico.

Fattori di rischio
I principali fattori predisponenti allo sviluppo di parodontopatie sono:
• Scarsa igiene orale;
• Gengivite;
• Fumo;
• Diabete;
• Ereditarietà;
• Età avanzate;
• Diminuzione dell’attività immunitaria, correlata o meno a patologie (leucemia, HIV/AIDS);
• Assunzione di farmaci (chemioterapia);
• Variazioni ormonali (gravidanza, menopausa).

La parodontite si manifesta quando a livello orale cambia il normale rapporto difesa/offesa, ovvero l’equilibrio esistente tra la suscettibilità del paziente e la virulenza dei microrganismi responsabili dell’infezione. Per tale motivo questa malattia cronica è caratterizzata da fasi acute e da fasi di quiescenza.
L’iniziale gengivite, se non trattata, esita nella formazione di tasche. La tasca parodontale è la lesione tipica della malattia ed è un’invaginazione che si forma nello spazio solitamente occupato dal legamento parodontale e dalle altre strutture di sostegno del dente, che vengono aggredite dall’infezione e sostituite da tessuto infiammatorio. Nel tempo queste sacche diventano l’ambiente ideale per l’accumulo ulteriore di batteri che, organizzati, proliferano e producono tossine; quando la placca batterica va incontro a calcificazione forma il tartaro. Queste infezioni profonde causano perdita di attacco e riassorbimento osseo, la cui conseguenza naturale è la perdita di elementi dentari.

Diagnosi
La diagnosi di parodontite è generalmente semplice. E’ sufficiente l’esame obiettivo delle arcate dentarie e l’esame radiografico per valutare le condizioni dell’osso alveolare, oltre che alla descrizione dei sintomi da parte del paziente.

Terapia
Ci sono diversi modi per curare la parodontite, a seconda della sua gravità. Se la parodontite non è avanzata, il trattamento, di tipo non chirurgico, prevede lo scaling, ossia la rimozione del tartaro sovragengivale e sottogengivale mediante l’uso di strumenti ultrasonici e la levigatura radicolare (root planing), eseguita con curette, appositi strumenti manuali dediti alla rimozione di placca e tartaro dalla superficie radicolare, rendendola pulita e liscia ostacolando dunque la formazione del biofilm batterico.
Se la malattia si trova in uno stato avanzato, i trattamenti non chirurgici potrebbero non essere sufficienti a placare l’infezione. In tal caso, il trattamento della parodontite può richiedere una pulizia “a cielo aperto”, vale a dire la stessa procedura di levigatura radicolare descritta poc’anzi con la differenza di aver precedentemente scollato il tessuto gengivale e aver esposto l’osso alveolare di quel settore. Questa procedura chirurgica, se ben effettuata, porta all’azzeramento della tasca parodontale e mette la malattia in fase di quiescenza. Un ruolo fondamentale nel mantenimento del risultato avrà il controllo di placca domiciliare del paziente.

Domande Frequenti
– Quali sono i sintomi della malattia parodontale?
Il paziente può non avvertire alcun sintomo, oppure talvolta sottovaluta, anche per lungo tempo, questi segni: gengive gonfie ed arrossate, sanguinamento allo spazzolamento, alitosi. In alcuni casi, particolarmente subdoli, l’aspetto esterno della gengiva può apparire del tutto normale, malgrado la distruzione già avanzata dell’osso.

– La parodontite colpisce tutti i denti?
Anche se esistono forme generalizzate, la parodontite solitamente non colpisce tutti i denti in maniera uniforme e si manifesta in maniera diversa da individuo ad individuo.

– Le mie gengive sanguinano quando spazzolo i denti e talvolta anche spontaneamente, devo preoccuparmi?
Il sanguinamento è indice di infiammazione e sicuramente è il campanello d’allarme che ci indica che qualcosa non va. Una visita dal dentista potrà confermare se si tratta di parodontite o di una semplice infiammazione dovuta ad accumulo di placca e tartaro. In tal caso una seduta di igiene professionale risolverà il problema.

– C’è associazione tra malattia parodontale e alito cattivo?
Una delle più comuni conseguenze della malattia parodontale può essere l’alitosi dovuta alla proliferazione dei batteri sulle superfici dei denti e all’interno delle tasche parodontali.

– Esiste qualche correlazione tra malattia parodontale e diabete?
I pazienti diabetici hanno maggior rischio di ammalarsi di malattia parodontale a causa dello stato delle loro difese. (alterazioni metaboliche, microangiopatia, composizione salivare, ecc)

– L’alimentazione ha influenza sulla malattia parodontale?
Un’alimentazione equilibrata è parte integrante e fondamentale di un corretto stile di vita, ma non esistono correlazioni dirette tra il tipo di alimentazione e la malattia parodontale.

– I denti malposizionati favoriscono l’insorgenza di parodontite?
Il rischio di sviluppo di parodontite è fortemente legato all’accumulo di placca batterica sulle superfici dei denti. Se la malposizione dentaria è tale da compromettere manovre di igiene orale adeguate e, quindi, consentire la proliferazione batterica, si può configurare una condizione favorevole allo sviluppo della malattia.

– Ho la parodontite, perché mi fanno male i denti quando bevo bibite fredde o molto calde?
Con la recessione gengivale dovuta alla malattia parodontale i denti “espongono” parte della superficie radicolare, quella parte che generalmente è protetta dalla gengiva. Di conseguenza, si assiste all’esposizione del cemento radicolare, meno mineralizzato dello smalto e più sensibile agli stimoli termici.

– Cos’è la terapia di supporto parodontale?
E’ il mantenimento della salute parodontale. L’odontoiatra, in collaborazione con l’igienista dentale, attua un protocollo di mantenimento che consta nella terapia domiciliare del paziente e nelle terapie professionali in studio. Esistono protocolli da eseguire ad intervalli selezionati per mantenere il paziente in condizioni di buona salute orale. Tali protocolli consistono nell’aggiornamento della storia anamnestica, in controlli periodici di tipo clinico e radiografico e in pulizie professionali scadenzate caso per caso.

Ortodonzia e gnatologia

Ortodonzia


Che cos’è l’ortodonzia?
L’ortodonzia è quella particolare branca dell’odontoiatria che studia le diverse anomalie della costituzione, sviluppo e posizione dei denti e delle ossa mascellari; è attuata esclusivamente dagli odontoiatri e specialisti in ortognatodonzia. Essa ha lo scopo di prevenire, eliminare o attenuare tali anomalie mantenendo o riportando gli organi della masticazione e il profilo facciale nella posizione più corretta possibile.

A che età si deve portare un bambino a visita ortodontica?
Considerato che alcune malocclusioni scheletrico-dentali si possono trattare già intorno ai cinque anni di età, possiamo considerare questa l’età più appropriata per la prima visita ortodontica.

Qual è il momento migliore per iniziare un trattamento di ortodonzia nel bambino?
E’ variabile, spesso dipende dalla gravità della malocclusione. Si tende a trattare precocemente, verso i 4/5 anni di età, le malocclusioni in cui si rileva un problema scheletrico che può complicarsi con la crescita, ad esempio il morso incrociato con latero-deviazione funzionale della mandibola o le terze classi scheletriche.

Si possono prevenire le malocclusioni?
Si, molte malocclusioni si potrebbero prevenire riuscendo a controllare i fattori ambientali in grado d’influire sulla crescita dei mascellari e sullo sviluppo della dentatura. Ad esempio, l’abitudine al succhiamento del dito o del ciuccio prolungata nel tempo, può in qualche modo interferire con il formarsi di un buon ingranaggio occlusale; la mancata formazione di un buon ingranaggio occlusale a sua volta mantiene atteggiamenti funzionali della muscolatura periorale capaci di potenziare il disallineamento dentale.

Gli apparecchi ortodontici sono tutti uguali?
No, non sono tutti uguali. Si distinguono, prima di tutto, in fissi e mobili. I primi s’incollano o si cementano ai denti, i secondi li applica e rimuove il paziente. Quello che va compreso è che l’apparecchio, per l’ortodontista, è uno strumento per raggiungere un fine, che in parte è predefinito da modelli ideali di riferimento e, in altra parte, va programmato in base alle effettive necessità ed esigenze personali del paziente. Solo dopo aver analizzato tutti i dati relativi alla malocclusione da trattare, e solo dopo averli combinati alle aspettative del paziente, può essere selezionato l’apparecchio ortodontico.

E’possibile avere un trattamento ortodontico estetico o invisibile?
Si, a seconda della gravità della malocclusione e delle richieste estetiche del paziente, abbiamo a nostra disposizione diverse soluzioni.
– Attacchi in ceramica policristallina.
– Attacchi personalizzati incollati sulla superfice linguale(interna) dei denti – http://www.lingualtechnik.de/index.php?id=patient&L=1
– Mascherine trasparenti – http://www.invisalign.it/

Anche l’adulto può sottoporsi al trattamento ortodontico?
E’ possibile allineare i denti a qualunque età, purchè i tessuti di sostegno dei denti siano in buone condizioni di salute.

Come faccio a sapere se ho bisogno di un trattamento ortodontico?
Spazi, rotazioni, inclinazioni oppure affollamenti tra i denti sono segnali di allarme che possono significare che hai bisogno di ortodonzia. Qualche volta i segnali non sono così evidenti: il combaciamento sbagliato o il consumo anomalo dei denti può causare dolore alle articolazioni della mandibola ed instabilità del morso.

Bite


Che cos’è il bite?
Bite è un termine diventato di uso comune per indicare una placca, normalmente in resina, da porre tra le due arcate dentarie, per modificarne le relazioni spaziali nel combaciamento senza modificare in alcun modo permanente i denti e la loro disposizione. La sua azione è prevalente quindi sulla funzione neurale e muscolare e sull’adattamento articolare a questa. Di regola non sostituisce denti mancanti, ma si aggiunge e si interpone tra quelli preesistenti. Da comparsa occasionale nella routine delle cure odontoiatriche del passato è diventato il protagonista della cura dei disturbi occlusali e posturali. Negli ultimi quindici anni il suo utilizzo si é generalizzato. Usato ed abusato quindi, da quel che vediamo nella pratica quotidiana, il bite può essere un ausilio terapeutico di importanza fondamentale quando veramente indicato, ben concepito e attentamente costruito.

Bite e paradenti, sono diversi?
A volte si fa confusione tra bite e paradenti, ma va detto sono due cose differenti. Il paradenti come dice il nome stesso ha una funzione principalmente protettiva e nella maggior parte dei casi si pone sull’arcata superiore dei denti. Il bite d’altra parte ha una funzione correttiva, anche se una protezione la dà anch’esso, e generalmente si pone sopra l’arcata dentale inferiore, anche per ragioni di comodità.

Che benefici può avere il bite sull’attività sportiva?
A livello di performance sportiva gli effetti che può portare il bite possono riguardare quindi sia un fatto posturale, muscolare e articolare, ma anche la sfera della capacità attentiva. Nel caso che persistano problemi un bite può riequilibrare l’occlusione dentale errata con benefici su postura, coordinazione motoria e prevenzione di possibili infortuni. Al tempo stesso, i benefici possono riguardare anche la diminuzione di stress e affaticamento, l’aumento quindi della resistenza e della concentrazione a vantaggio generale di performance e benessere. I dati presenti in letteratura scientifica a tal riguardo sono ancora contrastanti ma numerosi riscontri clinici ne giustificano l’utilizzo.

Medicina orale

Medicina orale


La medicina orale è una branca dell’ odontostomatologia che studia gli aspetti diagnostici, anatomo-patologici e terapeutici delle malattie che interessano la mucosa orale, i tessuti periorali, le ossa mascellari e le ghiandole salivari nonché il dolore oro-facciale non odontogeno.
Tale attività specialistica abbraccia, oltre alle patologie a localizzazione oro-facciale, anche quelle lesioni che si manifestano a livello orale ma che sono secondarie a malattie sistemiche, a terapie farmacologiche (chemioterapia) e a terapie radianti (osteoradionecrosi).
Le principali patologie in questione sono:

– oncologiche: lesioni precancerose (leucoplachia, eritroplachia, lichen planus, candidosi cronica iperplastica), carcinoma orale, tumori delle ossa mascellari di origine dentaria;
– immunologiche: patologie bollose autoimmuni (pemfigo volgare, pemfigoide delle membrane mucose), granulomatosi oro facciali, reazioni allergiche, connettiviti (lupus eritematoso sistemico, s.di Sjogren), vasculiti (aftosi orale recidivante, S. di Behcet, eritema multiforme);
– infettive: batteriche (actinomicosi, tubercolosi, sifilide), virali (herpes virus, papilloma virus, HIV), micotiche;
– disembriogenetiche (lingua a carta geografica, fissurata, nigra villosa, leucoedema, nevo bianco spugnoso, granuli di Fordyce);
– neurologiche (algie facciali atipiche, disestesia orale o sindrome della bocca urente, nevralgie trigeminali essenziali)

Risulta evidente come il ruolo dello specialista in medicina orale sia essenziale nell’ambito dello studio odontoiatrico, in stretta collaborazione con i medici di base e medici specialisti, al fine di assicurare un trattamento mirato e complessivo in tutti i diversi aspetti della malattia. È fondamentale che il paziente si trovi al centro di un percorso diagnostico e terapeutico finalizzato e sempre coordinato.
In tal senso, la medicina orale conferisce allo studio odontoiatrico la possibilità di intercettare, in tempo, i pazienti potenzialmente candidati a sviluppare una patologia grave. La prevenzione e la diagnosi precoce sono l’arma più importante ed efficace che il professionista ha a sua disposizione, ed intervenire precocemente è ciò che fa la differenza.
Attraverso l’attuazione di protocolli specifici, inoltre, è possibile limitare l’insorgenza di patologie debilitanti correlate ai trattamenti odontoiatrici (osteonecrosi da bifosfonati, osteoradionecrosi) e trattare i segni e sintomi con l’approccio corretto arginandone i rischi.

Chirurgia orale

Denti del giudizio


I terzi molari, comunemente conosciuti come denti del giudizio o anche come ottavi, sono spesso responsabili di dolore acuto e gonfiore del volto.
Le ossa mascellari dell’uomo, in seguito alla masticazione di cibi cotti e quindi morbidi, non subiscono più le sollecitazioni meccaniche di migliaia di anni fa e hanno una tendenza a svilupparsi meno in favore del neurocranio, in aumento grazie allo sviluppo del cervello. Questa dinamica di evoluzione ha portato all’impossibilità in alcuni individui di un’eruzione corretta dei terzi molari che spesso non hanno sufficiente spazio per collocarsi in arcata e presentano inclusioni totali o parziali che, in seguito ad infezione, esitano in pericoronarite.
Il fenomeno interessa statisticamente in misura maggiore l’arcata inferiore per due principali motivi: la maggiore densità ossea mandibolare e la curva di Cap de Pont, movimento eruttivo che il dente deve effettuare dopo la sua formazione per portarsi in arcata. Nella maggior parte dei casi il completamento di questo percorso è interrotto dalla presenza del secondo molare che, per mancanza di spazio, blocca il dente in sottosquadro, arrestandone l’eruzione.
A questo punto il terzo molare è in disodontiasi e, se subisce l’azione di una noxa patogena, può manifestare i seguenti sintomi.

Sintomatologia
• Dolore;
• Tumefazione;
• Otalgia;
• Serramento;
• Odinofagia e/o Disfagia;
• Suppurazione.

Diagnosi
La diagnosi dell’odontoiatra si basa sull’esame clinico, correlato dall’ortopantomografia (la comune radiografia panoramica) e dall’anamnesi del paziente.

Terapia
Nella fase acuta di infezione la terapia di elezione è antibiotica (Amoxicillina/Clavulanato 875mg/125mg cpr o bustine ogni 8-12 ore per 7 giorni; nei soggetti allergici alle penicilline Metronidazolo cpr 500mg ogni 8 ore per 7 giorni) e antinfiammatoria (ibuprofene 600mg per 3-4 giorni; nei soggetti allergici Paracetamolo 1 gr ogni 6-8 ore).
Passata la fase acuta dell’infezione il dentista valuterà le indicazioni all’estrazione del dente in base alle linee guida e alla situazione del paziente caso per caso.

Domande Frequenti
– A che età incomincia l’eruzione dei denti del giudizio? Potrei non averli proprio?
Mediamente la fascia di età è compresa tra i 18-25 anni, ma come tutte le statistiche ha casi estremi verso l’alto o il basso a seconda dello sviluppo dell’individuo. Valutando la posizione dei denti in radiografia e l’età del paziente si può intuire se uno o più denti del giudizio si trova o troverà in inclusione permanente. E’ facile per l’odontoiatra, attraverso la radiografia, capire se ci troviamo di fronte ad un caso di agenesia, ovvero quando c’è la totale assenza del dente dovuta alla mancata formazione del germe dentario a livello embrionale (in alcuni fortunati!).

– E’ vero che l’affollamento dei denti anteriori è causato dai denti del giudizio che “spingono” per uscire?
Questa è una credenza abbastanza diffusa ma superata, studi scientifici illustrano come l’azione di “spinta” non si possa propagare a distanza e causare spostamenti ad altri denti. Tuttalpiù in diversi casi la spinta eruttiva e la posizione di decubito del terzo molare portano alla distruzione cariosa del dente antecedente. (Hasegawa Y et al. – Odontology. 2013 Jan)

– L’intervento di estrazione cosa comporta? E’ doloroso?
L’estrazione chirurgica del terzo molare è l’intervento per eccellenza in odontoiatria. Oggi disponiamo di diverse tecniche e attrezzature atte a rendere il meno possibile cruenta questa esperienza in modo da rendere sopportabile la procedura e soprattutto il decorso postoperatorio.
Cliccando qui potrai leggere tutte le domande e indicazioni per un corretto comportamento dopo un intervento di chirurgia orale.

– Si possono estrarre tutti e quattro in una sola seduta operatoria?
Come per numerose domande in medicina la risposta è variabile. A seconda dei protocolli adottati esistono diversi atteggiamenti clinico/chirurgici. Un ruolo determinante è recitato dalla compliance del paziente. In anestesia locale è preferibile in genere far passare almeno un paio di settimane tra un intervento di estrazione chirurgica e l’altro per una questione di stress del paziente (chirurgico, farmacologico, postoperatorio) ma a seconda delle esigenze si possono comprimere i tempi. Per ogni protocollo ci sono pro e contro.
Un dente per seduta: il paziente affronta lo stress dell’intervento a piccoli passi, dopo la prima buona esperienza sarà meglio disposto ad affrontare i successivi step; l’anestesia tronculare da praticare prima dell’intervento se praticata a più quadranti (per le multiple estrazioni) può provocare discomfort, sensazione di soffocamento o impossibilità deglutiva; il tempo dell’intervento si dilaterà e per il paziente non sarà piacevole restare a bocca aperta per lungo tempo; il trauma chirurgico multiplo potrà portare alla tumefazione diffusa del volto.
Più denti per seduta: si svolge prevalentemente in anestesia generale, il paziente intubato ha garantite le funzioni vitali e non mostra problemi di collaborazione. Particolarmente indicato in pazienti fobici o comunque poco collaborativi (es. disabili).
Se gli svantaggi del singolo intervento vanno moltiplicati per quattro lo stesso criterio va applicato per i vantaggi: il paziente in un unico tempo “risolve il problema”, affronta una sola terapia farmacologica e un solo decorso postoperatorio (alimentazione, riposo).

– Ho avuto un episodio di dolore e gonfiore dovute al dente del giudizio, dopo terapia con antibiotico sono guarito, ora temo possa accadermi di nuovo, devo estrarlo per forza o posso temporeggiare?
Le linee guida dicono che l’indicazione all’estrazione è conclamata quando gli episodi flogistici si verificano 2/3 volte nell’arco di un anno. Vero è che dall’esame clinico e radiografico l’odontoiatra esperto riesca a intuire il possibile decorso della patologia e valutare di intervenire o meno. In Spagna ad esempio si attuano protocolli preventivi di estrazione a tappeto per i pazienti appartenenti alla fascia 18-25 anni perché si ritiene che le future complicanze da mancata estrazione, o l’estrazione in età più avanzata (spesso accompagnata da patologie sistemiche), siano statisticamente da considerarsi rischi più alti per la salute (e per il bilancio pubblico) rispetto ai rischi dell’intervento effettuato in età giovane.
Come accade spesso in medicina la valutazione caso per caso sarà determinante nella scelta della terapia.

– Bisogna andare in ospedale per estrarre i denti del giudizio?
L’estrazione del terzo molare è ormai un intervento di chirurgia orale ambulatoriale, non necessita quindi di ricovero. Lo studio odontoiatrico ben attrezzato per la chirurgia orale con personale medico e infermieristico qualificato può ben sopperire alle esigenze del paziente brillantemente, senza liste di attesa.

Implantologia

Implantologia

L’ implantologia (dentale) è la branca dell’odontoiatria di carattere chirurgico che ha come scopo la riabilitazione funzionale del paziente edentulo, totale o parziale, mediante l’utilizzo di impianti dentali.
Questi sono elementi metallici inseriti chirurgicamente nell’osso mandibolare o mascellare che permettono la connessione di protesi, fisse o mobili, per la restituzione della funzione masticatoria.
Gli impianti possono “rimpiazzare” le radici dei denti, nel caso di un dente singolo (corona su impianto), o un gruppo di denti ravvicinati (ponte su impianti), ma anche costituire l’ancoraggio per un’intera arcata dentaria fissa, oppure servire a stabilizzare una protesi totale rimovibile.
Attualmente gli impianti sono quasi tutti realizzati in titanio, materiale biocompatibile che non comporta reazioni da parte dell’organismo (popolarmente ma erroneamente note come rigetto). Gli impianti, grazie al processo di osteointegrazione, costituiranno un tutt’uno con l’osso del paziente.
Lo Studio Sadile utilizza tra i migliori impianti sul mercato (www.straumann.it) garantiti a vita dall’azienda e corredati di passaporto implantare per assicurare al paziente sicurezza e comfort massimali.
In base alla tempistica di utilizzo (funzionalizzazione), avremo impianti con carico immediato, anticipato, differito. Questa scelta terapeutica è operata dall’odontoiatra secondo il piano di trattamento instaurato con il paziente; i parametri che influiscono maggiormente nella valutazione sono:

• la quantità/qualità di osso a disposizione;

• la stabilità primaria degli impianti una volta inseriti;

• un buon supporto parodontale (gengivale);

• l’assenza di parafunzioni (bruxismo, digrignamento) o di grave malocclusione;

• la presenza di un buon bilanciamento occlusale (corretto piano occlusale masticatorio).

Gli impianti hanno una vita pressoché illimitata (gli studi più lunghi hanno 25 anni), se viene osservato un corretto protocollo di mantenimento. I maggiori rischi della terapia implantare sono:

• la peri-implantite, nell’immediato post intervento, è un processo di infiammazione ed infezione delle strutture attorno all’impianto, con conseguente compromissione del processo di osteointegrazione;

• la funzionalizzazione scorretta degli impianti, con corone o protesi incongrue ai carichi occlusali, che può creare un riassorbimento osseo nel tempo, con perdita dell’osso alveolare sino alle spire più profonde dell’impianto, con possibilità di perdita dello stesso.

Per far sì che l’insuccesso implantare sia tendente a zero è necessario quindi parlare di implantologia protesicamente guidata, vale a dire una riabilitazione funzionale figlia di un accurato studio preoperatorio del caso che ci consentirà di valutare e scegliere le soluzione protesiche successive all’inserzione chirurgica degli impianti. In questo modo si potranno prevenire carichi anomali e confezionare una corretta protesi, fissa o mobile, bilanciata dal punto di vista occlusale, valida dal punto di vista estetico e che consenta di mantenere una buona igiene orale nel tempo.

Protesi dentarie

Protesi fissa


La protesi “è un ramo importante dell’ odontoiatria, per realizzarla in modo ottimale bisogna dotarla di proprietà estetiche elevate e di robustezza strutturale che la rendano duratura nel tempo”.
“Estetica in odontoiatria è… rendere naturale ciò che è artificiale…”
La protesi è l’esecuzione, con diversi tipi di materiali a seconda del caso, di elementi dentari mancanti.
Può interessare un singolo dente o più denti. Può essere di tipo fisso, cioè che non può e non deve essere rimossa dal paziente e quindi considerata come dentizione naturale, o di tipo mobile, cioè che richiede rimozione da parte del paziente per le fasi di igiene quotidiana. Può inoltre essere distinta in protesi su denti naturali o su impianti.
La protesi fissa può interessare uno o più denti, quella realizzata su denti naturali prevede la limatura del dente naturale e la conseguente cementazione della protesi, o capsula, su di esso; quella a supporto implantare, invece, consiste nell’inserzione chirurgica di un impianto in titanio nell’osso alveolare e la collocazione di un pilastro (abutment). Questo sistema, dal punto di vista funzionale, sostituisce il moncone dentario, che successivamente verrà ricoperto dalla capsula.
Si chiama ponte, invece, quel manufatto che prevede la limatura dei denti adiacenti a quello mancante per poterlo rimpiazzare, consistente in un minimo di tre corone solidarizzate da una sola struttura.

I vari tipi di protesi fissa si distinguono in base al materiale usato per la realizzazione:

Protesi in metallo ceramica: sono quelle costruite con una struttura metallica, una lega principalmente in oro, rivestite da materiale estetico ceramico in superficie. Vanta elevate doti di resistenza ed estetica nel tempo, se il paziente però si trascura nei controlli le gengive recedono e scoprono il bordino metallico scuro che risulta poco estetico.

Protesi in ceramica integrale: sono quelle più raffinate e usate solo in determinate condizioni (condizioni che l’operatore deve valutare affinché il restauro duri nel tempo). Sono prive di metallo e la loro struttura è rappresentata da materiali estetici (zirconia, allumina, disilicato di litio). Viene confezionata con frequenza nei settori anteriori date le sue grandi doti estetiche, nei settori posteriori soggetti a carichi masticatori maggiori a volte può essere controindicata.

Protesi mobile


La protesi “è un ramo importante dell’ odontoiatria, per realizzarla in modo ottimale bisogna dotarla di proprietà estetiche elevate e di robustezza strutturale che la rendano duratura nel tempo”.
“Estetica in odontoiatria è… rendere naturale ciò che è artificiale…”
La protesi è l’esecuzione, con diversi tipi di materiali a seconda del caso, di elementi dentari mancanti.
Può interessare un singolo dente o più denti. Può essere di tipo fisso, cioè che non può e non deve essere rimossa dal paziente e quindi considerata come dentizione naturale, o di tipo mobile, cioè che richiede rimozione da parte del paziente per le fasi di igiene quotidiana. Può inoltre essere distinta in protesi su denti naturali o su impianti.
La protesi mobile può interessare il rispristino di tutta la dentatura oppure di alcuni elementi soltanto.

Protesi mobile totale: la classica dentiera che prevede un supporto esclusivamente mucoso, se ben confezionata non deve necessitare di adesivo per restare stabile durante la fonazione e la masticazione del paziente. Nel corso degli anni, in seguito al fisiologico riassorbimento osseo dei mascellari edentuli, può necessitare di ribasatura, ovvero un riadattamento attraverso l’apposizione di nuova resina.

Protesi parziale rimovibile: varia nella sua estensione e supporto a seconda dell’edentulia, il supporto può essere muco-dentale quando, a scopo ritentivo, vengono realizzati ganci metallici a ridosso dei denti residui. Presenta uno scheletro metallico che ne conferisce una ottima resistenza nel tempo. In alcuni casi sono di valido ausilio estetico-funzionale come protesi provvisorie in pazienti sottoposti a terapia implantare nell’attesa dell’osteointegrazione degli impianti. Tra i vantaggi c’è da menzionare il fattore economico non oneroso.

Protesi totale su impianti: buon compromesso estetico-funzionale quando condizioni anatomiche sfavorevoli non consentono un’adeguata stabilità alla protesi o il paziente non tollera l’estensione della resina sul palato. Si inseriscono chirurgicamente due impianti nell’arcata da riabilitare e, con attacchi detti locator, si aggancia la protesi totale che risulta perfettamente assestata. Il paziente può rimuoverla agevolmente per dormire o per le operazioni di igiene.Questa soluzione presenta inoltre il vantaggio di conservare una sollecitazione meccanica sull’osso alveolare in modo da rallentarne il riassorbimento.

Odontoiatria estetica

Faccette in ceramica


Le faccette dentali sono il massimo dell’estetica in odontoiatria.
Utilizzate dagli attori americani sin dagli anni 30 per sfoggiare sorrisi cinematografici (sebbene all’epoca solo per brevi lassi di tempo, anche solo per le riprese) oggigiorno hanno raggiunto un livello qualitativo e tecnologico avanzato tale da garantire un risultato duraturo.
Le faccette sono sottili lamine di ceramica che vengono cementate sulla superficie esterna dei denti anteriori, all’interno dello spessore dello smalto. Lo spessore medio di tali faccette si aggira quindi intorno ai 0.5-0.7 mm e consente l’enorme vantaggio di una preparazione minimale dei denti, pur assumendo una adeguata resistenza meccanica.

Indicazioni
Le faccette in ceramica hanno varie indicazioni, estetiche e funzionali, quali:
• discromie dentali (fluorosi, anomalie dello smalto, etc);
• malformazioni dentali (conoidi, rettangolari);
• fratture dentarie;
• diastemi (spazi ampi tra elementi dentari);
• denti usurati (età adulta).
Controindicazioni
Le principali controindicazioni alla riabilitazione con faccette sono legate alla “delicatezza” delle stesse che, se soggette a traumi occlusali, possono andare incontro a frattura.
Pazienti con parafunzioni (bruxismo, serramento dei denti) non sono candidati ideali in quanto lo sfregamento delle superfici occlusali comporta lo sviluppo di forze in direzioni anomale sui settori anteriori; in questi casi, è consigliabile risolvere la parafunzione prima di procedere alla progettazione di questa riabilitazione.

Sbiancamento


L’estetica dentale diventa sempre più importante per i pazienti: da recenti studi effettuati in Inghilterra è emerso che il 50% delle persone non è contento del colore dei propri denti.

E’ un trattamento utile nelle alterazioni cromatiche di smalto e dentina al fine di correggere o perfezionare Il colore naturale dei denti.

La colorazione scura dei denti può essere dovuta a due tipi di fattori: intrinseci ed estrinseci. Le macchie estrinseche sono quelle che si formano sulla superficie dello smalto e possono essere dovute al tartaro, al fumo, a cibi o bevande come liquirizia, caffè, tè, vino, oppure all’uso di collutori contenenti clorexidina. Queste macchie vengono facilmente rimosse con metodiche di igiene professionale, a cui deve far seguito un’accurata “educazione” all’igiene domiciliare per un buon mantenimento del risultato.
Anche l’età svolge un ruolo importante, perché i denti col passare degli anni tendono a perdere progressivamente il loro bianco naturale.

I fattori intrinseci, invece, agiscono durante la formazione del dente: in pratica i denti “si formano già macchiati”. Questi fattori possono spaziare dall’uso di particolari farmaci (antibiotici della famiglia delle tetracicline), alla presenza di alcune patologie (porfiria), all’eccesso, durante l’epoca di formazione dei denti, di assunzione di fluoro attraverso le acque o gli integratori o semplicemente ad anomalie congenite nella formazione dello smalto o della dentina che prendono il nome rispettivamente di amelogenesi e dentinogenesi imperfetta.
Altro fattore intrinseco è rappresentato dai traumi o da terapie canalari scorrette, materiali da otturazione, e più in generale da alterazioni di natura endodontica.

In questi casi sono necessari dei sistemi di sbiancamento professionali.
Le tecniche di sbiancamento professionale possono essere attuate presso uno studio dentistico sotto la supervisione dell’igienista o dell’odontoiatra. E’ molto importante che durante la valutazione pretrattamento che l’operatore riconosca l’eventuale presenza di esposizioni di tessuto dentinale, spesso causa di aumento della sensibilità alle temperature. E’ doveroso, inoltre, valutare la presenza di restauri dei denti anteriori perché, dato che non essi non subiscono il processo di sbiancamento, al termine del trattamento possono risultare più visibili e difformi dal “nuovo” colore dei denti.

La procedura
Si compone di varie fasi operative: La prima prevede la preparazione degli elementi dentari con una detartrasi e polishing con pasta a bassa abrasività. In seguito si applica una protezione per le gengive da eventuali contatti accidentali con il gel a base di perossidi. Quest’ultimo viene applicato sugli elementi dentari previa essiccazione degli stessi, e a seconda del protocollo, si procede ad irradiare con la lampada o con il laser gli elementi da trattare. Trascorso il tempo necessario si elimina il gel e, secondo il livello raggiunto, si ripete l’applicazione. Le più comuni fonti energetiche di attivazione per gli agenti sbiancanti sono generate da lampade a LED che catalizzano la reazione e non sono dannose per i denti.

Domande frequenti
Ho sentito dire che lo sbiancamento fa male, è vero?
Assolutamente no. In alcuni casi il trattamento può provocare una lieve sensibilità transitoria che può durare poche ore o al massimo qualche giorno. Qualora dovesse presentarsi una sensibilità intensa, evenienza rara, essa può essere gestita dall’operatore con serenità grazie ai moderni presidi desensibilizzanti di cui disponiamo.

Lo sbiancamento può provocare una necrosi pulpare?
No. Svariati studi hanno evidenziato che la quota di perossidi che raggiungono la camera pulpare durante lo sbiancamento non è sufficiente a produrre danni pulpari permanenti. La lampada a led, inoltre, determina un innalzamento di temperatura intrapulpare minimo e per niente dannoso.

Il colore che ottengo è un bianco “standard”?
Dipende molto dalla situazione iniziale dei denti. Su una scala di bianchi sicuramente si riescono a “scalare” due o tre tonalità. In questo incide l’età e quindi la “qualità” dello smalto.

Per quanto tempo sono visibili i risultati?
E’ soggettivo, di norma può durare un anno, a volte due. Dipende dalla compliance del paziente e dalle sue abitudini; se questi è attento all’igiene orale, se è o meno un paziente fumatore, dalla quantità di caffè che prende al giorno etc…

Ho un amico che ha comprato un kit a buon mercato e se lo fa da solo a casa, funziona?
A volte vediamo pubblicità di prodotti a buon mercato o sentiamo di esperienze di conoscenti che si sottopongono a trattamenti “fai da te” ricercando il risparmio.
Il problema è che lo sbiancamento è un trattamento professionale e come tale ha bisogno di essere gestito da personale qualificato in quanto gli effetti indesiderati, se non prevenuti con adeguati presidi, possono essere particolarmente fastidiosi esitando inevitabilmente nel recarsi dal dentista con un problema da risolvere.

Posturologia

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Bite


Che cos’è il bite?
Bite è un termine diventato di uso comune per indicare una placca, normalmente in resina, da porre tra le due arcate dentarie, per modificarne le relazioni spaziali nel combaciamento senza modificare in alcun modo permanente i denti e la loro disposizione. La sua azione è prevalente quindi sulla funzione neurale e muscolare e sull’adattamento articolare a questa. Di regola non sostituisce denti mancanti, ma si aggiunge e si interpone tra quelli preesistenti. Da comparsa occasionale nella routine delle cure odontoiatriche del passato è diventato il protagonista della cura dei disturbi occlusali e posturali. Negli ultimi quindici anni il suo utilizzo si é generalizzato. Usato ed abusato quindi, da quel che vediamo nella pratica quotidiana, il bite può essere un ausilio terapeutico di importanza fondamentale quando veramente indicato, ben concepito e attentamente costruito.

Bite e paradenti, sono diversi?
A volte si fa confusione tra bite e paradenti, ma va detto sono due cose differenti. Il paradenti come dice il nome stesso ha una funzione principalmente protettiva e nella maggior parte dei casi si pone sull’arcata superiore dei denti. Il bite d’altra parte ha una funzione correttiva, anche se una protezione la dà anch’esso, e generalmente si pone sopra l’arcata dentale inferiore, anche per ragioni di comodità.

Che benefici può avere il bite sull’attività sportiva?
A livello di performance sportiva gli effetti che può portare il bite possono riguardare quindi sia un fatto posturale, muscolare e articolare, ma anche la sfera della capacità attentiva. Nel caso che persistano problemi un bite può riequilibrare l’occlusione dentale errata con benefici su postura, coordinazione motoria e prevenzione di possibili infortuni. Al tempo stesso, i benefici possono riguardare anche la diminuzione di stress e affaticamento, l’aumento quindi della resistenza e della concentrazione a vantaggio generale di performance e benessere. I dati presenti in letteratura scientifica a tal riguardo sono ancora contrastanti ma numerosi riscontri clinici ne giustificano l’utilizzo.

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